Era il 1996. Internet in Italia era una parola che la maggior parte delle persone non aveva mai sentito. Io avevo 20 anni, studiavo Scienze della Comunicazione a Torino — il secondo anno in cui esisteva quel corso di laurea, quando si faceva ancora lezione nei cinema — e avevo appena venduto il mio pianoforte digitale per comprare un PC e una scrivania da mettere in camera.
Avevo messo il mio primo modem, un 33.6 della Creative. Tutti mi prendevano in giro. A me sembrava già tantissimo.
Una vecchia foto della prima sede della Near, dotata di sala corsi informatica, durante una giornata di formazione sull'utilizzo del web e della email, alla fine degli anni 90.
Da lì è partito tutto.
Quello che segue non è una storia di successo lineare. È la storia di quello che ho imparato facendo — e sbagliando — in un'epoca in cui non c'erano manuali, non c'erano modelli, non c'erano mentor. C'era solo la tecnologia, la voglia di capire, e la convinzione incrollabile che quella cosa strana chiamata web stesse cambiando tutto.
Asti, 1995: nerd, modem e la rete civica del Comune
Ad Asti c'era un'associazione che si chiamava Oasi — Organizzazione Assigiana Sviluppo Informatico. Un gruppo di nerd assortiti che già smanettavano con queste tecnologie. Ero forse l'unica ragazza che ci girava intorno, o quasi.
L'estate prima di aprire la mia agenzia, avevo lavorato con Oasi a un progetto per il Comune di Asti: la rete civica, uno dei primi siti comunali strutturati in Italia. L'ho fatto tutta l'estate, senza guadagnare un euro. Non mi è mai passato per la testa di chiedere qualcosa in cambio. Volevo imparare. Volevo dimostrare quello che sapevo fare.
Quella struttura è durata, mi è stato detto, fino all'ultimo restyling del sito. Non male per un'estate di lavoro gratuito a vent'anni.
Ho lavorato tutta l'estate al Comune senza guadagnare un euro. Non mi è mai passato per la testa di chiedere qualcosa. Volevo dimostrare quello che sapevo fare.
1996: il notaio, NEAR e il socio che sparì
Insieme a un amico di Oasi — anche lui studente, anche lui appassionato — decidemmo di fondare un'agenzia web. Non per fare soldi: per avere un terreno di pratica. Così, quando ci fossimo laureati, avremmo già avuto un portfolio da mostrare.
Andammo dal notaio. Fondammo NEAR SNC. Eravamo entusiasti.
Poi lui sparì. Per mesi. Motivi suoi, gelosie, cose da giovani. Quando andai a cercarlo, mi confessò che aveva deciso di mollare. Mi avrebbe aiutata di nascosto, quando poteva. Ma l'azienda era mia.
Avevo un bivio: andare avanti da sola, o mollare anche io. Sono andata avanti. Con il mio piccolo computer, i codini, e zero agganci.
Quel scelta — forse un po' scellerata, sicuramente guidata dalla passione più che dal calcolo — fu il momento che determinò tutto quello che è venuto dopo.
I primi clienti: passaparola, fiducia e otto lingue tra cui il russo
Il primo cliente vero era il padre di una compagna di corso. Aveva un'azienda di macchine per la pasta. Gli feci il sito. Era il 1995-96. Lo feci in otto lingue, russo compreso — il che significava capire da zero come funzionava la codifica dei caratteri cirillici, su Notepad.
Non perché me lo avesse chiesto qualcuno. Perché aveva senso farlo bene, e farlo bene significava farlo per il mercato che quel cliente voleva raggiungere.
Era contento. Mi presentò ai suoi fornitori. Arrivai a Milano. Realizzai uno dei primissimi siti di e-commerce musicale in Italia, poi uno di fumetti. NEAR cresceva. Arrivammo a 14 dipendenti ad Asti. Ero più orgogliosa che mai.
Volevo dimostrare che da una piccola città del Piemonte si poteva fare comunicazione seria, senza essere a Milano. Per me era una questione di orgoglio.
Il problema che non avevo previsto: 80 milioni di lire all'anno di banda
C'era solo un problema. Avevo la server farm in casa, e per avere la banda di cui avevo bisogno spendevo circa 80 milioni di lire all'anno di CDN. Solo per la connessione.
Non avevo esperienza imprenditoriale. Avevo molta passione e discrete competenze tecniche, ma non sapevo ancora gestire un modello di business così pesante dal punto di vista infrastrutturale. L'errore non era l'ambizione — era che l'infrastruttura dell'epoca rendeva quasi impossibile quello che volevo fare da una città come Asti.
Questa è una delle cose su cui guardo indietro con più onestà: non avevo capito che alcune battaglie non si vincono con la volontà. Si vincono quando il contesto è pronto. Il contesto non era ancora pronto.
La cena che ha cambiato tutto: l'ottica e la specializzazione
Mio padre era agente di commercio nel settore dell'occhialeria. Conosceva un editore — la figura centrale nella comunicazione del settore ottico italiano. Lo aveva convinto, dopo mesi di insistenza alle fiere, a darmi un appuntamento.
Una sera a cena: io, mio padre, questo imprenditore e il suo braccio destro. Spiegai quello che si poteva fare combinando i suoi contenuti, le sue relazioni nel mercato, con le mie competenze digitali.
Due giorni dopo ero il suo braccio destro per tutto il digitale. Da lì ho costruito una competenza verticale nel settore ottico che porto ancora oggi. Da lì è nata Eyemage. Da lì sono venuti vent'anni di relazioni, clienti, conferenze, libri.
La specializzazione non era stata una scelta strategica fatta a tavolino. Era venuta da una cena, da mio padre che aveva creduto in me, e da un imprenditore che aveva avuto il coraggio di scommettere su una ragazza con i codini che gli parlava di internet.
Quello che ho imparato: le lezioni che porto ancora oggi
LEZIONE 1 — La passione non basta, ma senza di essa non vai da nessuna parte Ho fatto scelte spericolate, lavorato gratis, andato avanti da sola quando avrei potuto mollare. Non per calcolo: per convinzione. Quella convinzione era la mia risorsa più preziosa nei momenti difficili.
LEZIONE 2 — La generosità strategica apre porte che un curriculum non apre L'estate al Comune, i progetti fatti a mie spese, dire sempre sì quando c'era qualcosa da imparare: non erano atti di altruismo. Erano il modo in cui costruivo reti e dimostravo valore prima di avere un track record.
LEZIONE 3 — La specializzazione è ciò che trasforma un freelance in un punto di riferimento Quando facevo tutto per tutti, ero brava ma intercambiabile. Quando ho iniziato a costruire una competenza verticale nell'ottica, sono diventata la persona da chiamare per quel mercato specifico. La nicchia non limita: amplifica.
LEZIONE 4 — Alcune battaglie non si vincono solo con la volontà Volevo fare tutto da Asti, in un'epoca in cui l'infrastruttura non lo permetteva. Ho speso risorse enormi a combattere un limite strutturale invece di lavorarci intorno. Riconoscere i vincoli di contesto è una competenza imprenditoriale, non una resa.
LEZIONE 5 — La tecnologia è sempre un mezzo, mai un fine L'ho capito subito, nel 1996, e non ho mai cambiato idea. Il sito più bello del mondo è inutile se non comunica qualcosa di reale. La tecnologia è il canale. Il contenuto è il messaggio. Confonderli è ancora oggi l'errore più comune.
Il filo che collega il 1996 a oggi
Guardo indietro e vedo una linea continua. Non dritta — piena di curve, deviazioni, momenti in cui non sapevo dove stavo andando. Ma continua.
La stessa cosa che mi ha fatto vendere il pianoforte per comprare un PC è la stessa cosa che mi ha portata a studiare l'AI quando tutti la guardavano ancora con sospetto. La stessa cosa che mi ha fatto lavorare tutta l'estate al Comune senza essere pagata è la stessa cosa che ancora oggi mi fa andare a Roma a mie spese per un progetto in cui credo.
Non è una strategia. È un carattere. E se c'è una cosa che ho imparato in trent'anni, è che il carattere, nel lungo periodo, batte quasi sempre la strategia.
Il web del 1996 e l'AI del 2025 hanno una cosa fondamentale in comune: entrambi sembravano troppo complicati, troppo tecnici, troppo lontani dal business reale. In entrambi i casi, chi ha capito prima ha avuto un vantaggio enorme. In entrambi i casi, il vantaggio non era tecnico. Era di visione.
Il carattere, nel lungo periodo, batte quasi sempre la strategia.


